
Il medico dei poveri racconta di Anna, moglie di un medico condotto ebreo. Quando, dopo le leggi razziali del 1938, il marito è costretto a fuggire per salvarsi, la vita di Anna cambia per sempre. Rimasta sola, tra la paura e la Fame, trova rifugio nella sua casa e in un impegno che le fa scoprire che, essere donna non è essere “l’angelo del focolare”.
Accanto a lei arriva Rosmunda, un’anziana zia nubile, attiva nella Resistenza.
Tra loro nasce un sodalizio profondo, fatto anche di contrasti. La casa di Anna
diventa un rifugio, un centro di passaggio per chi resiste, ma anche un luogo di pensiero: lì si sogna la libertà. Nel frattempo, Lucio, giovane amico di Anna e funzionario pubblico, vive la sua contraddizione: tessera del partito fascista per sopravvivere, cuore antifascista per istinto. Dopo il 1943 si unisce alla Resistenza e, a sostegno della lotta e degli ideali di libertà dall’oppressione va da Anna con una richiesta che pesa sull’animo di entrambi. I due amici d’infanzia si vedono per la prima volta con la guerra addosso, la fame attaccata alle ossa e la paura ormai vera compagna di vita.
Nel 1945, verso la fine del conflitto, per i sopravvissuti tutto è cambiato: i ruoli,
i rapporti, le certezze. Emergerà il senso profondo del “restare”: la Resistenza
silenziosa di chi, senza fucile, ha difeso casa, memoria e dignità.
Nel 1938 il Dott. Ettore Norsa (1881 – 1962), di religione ebraica, medico condotto nella città di Montichiari, a seguito delle leggi razziali indette dal regime fascista, fu costretto a lasciare – prima – la sua professione, e poi – fino al 1945 – la sua casa nascondendosi per non essere deportato. Sua moglie Elena Bersi, cattolica, dopo la fuga del marito, riuscirà a salvare i beni di famiglia dimostrando, con fermezza e caparbietà, che erano una sua proprietà personale.
Da questa storia vera, nasce la drammaturgia de “Il medico dei poveri” (così veniva definito Norsa) che vuole raccontare gli anni della Resistenza anche
dal punto di vista delle moltissime donne rimaste nelle loro case per difendere loro stesse, le loro famiglie, i loro (pochi) beni. Anni in cui, soprattutto per loro, è
riemersa un’identità individuale e il bisogno di riscatto, di uguaglianza e parità di diritti dopo che, il ventennio fascista, aveva annichilito la figura femminile,
rilegandola al solo ruolo di “sposa e madre obbediente”.